Quel vecchio campetto dietro la chiesa - Alberto Sogliani

Racconto sportivo

Quel vecchio campetto dietro la chiesa

Quel vecchio campetto dietro la chiesa

La nostra rassegna di storie sportive firmate da Alberto Sogliani.


Sembrano scheletri, ammassi di ferro vecchio dove spesso regna la ruggine. Il punto di riferimento è sempre il campanile di una piccola chiesa, ma a volte resistono anche nella piazza centrale del paese. Si può scomodare l’archeologia, dato che pochi hanno il coraggio di abbatterli. Restano lì, storti, sghembi, talvolta bianchi, molto più spesso color del rame con solo qualche traccia di smalto rimasta. Sono i pali delle porte dei campi parrocchiali, che rimangono in piedi con l’orgoglio di dieci, cento, mille storie da raccontare. Quanti ragazzi hanno visto sgambettare, correre, giocare fino a sera inoltrata. Con una palla di pezza, oppure di cuoio consunto e calciato fino allo sfinimento. Non importa la qualità di chi faceva parte del gruppetto. Contava solo darsi appuntamento lì, poi c’era spazio per tutti. Per chi sognava di diventare un calciatore, per chi, uno su mille, magari ce la faceva anche. Per chi sognava e basta e ad un certo punto capiva che era troppo difficile centrare l’obiettivo. Per chi invece giocava senza nessun altro scopo, solo per il piacere di farlo. Anche senza scarpini da calcio, vestito come era uscito da casa ed era andato a scuola alla mattina. Con le scarpe della festa, perché quando ti passava un pallone vicino come facevi a resistere a non dargli un calcio? Salvo poi sentirti maledettamente in colpa quando la vernice si consumava e non si aveva il coraggio di dirlo alla mamma. “E’ stato un pestone di un mio amico, per farmi uno scherzo” era la prima giustificazione per nulla plausibile che veniva in mente. Oppure “sono inciampato in un sasso e sono caduto”. Tutte scuse alle quali nessuna madre di questo mondo era e sarà mai disposta a credere.

Ogni volta che ne vedeva uno, di questi campi, Antonio si fermava e andava a visitarli. Come in una sorta di pellegrinaggio, di ritorno al passato o di devozione. Scattava fotografie e le conservava, una volta le fece anche ingrandire e le appese sui muri di casa. Un pomeriggio Antonio si ritrovò a passare per il paese della sua infanzia. Non viveva più lì da tempo, la vita aveva fatto il suo corso. Erano anni che mancava, le circonvallazioni ai tempi in cui era bambino non esistevano. Ma il campanile della chiesa era rimasto intatto e gli bastò puntare in quella direzione per ritrovare il suo vecchio campetto. Irriconoscibile, però era lui. Chiuse gli occhi e lasciò andare la mente. Pensando a quando fu costruito per la prima volta. Orgoglio e vanto dei giovani abitanti che adesso potevano dire ad alta voce “anche noi abbiamo il nostro campino. Quello vero, con le porte come in serie A, non con i pali fatti dalle borse, dai giubbini e dalle tute”. Gli apparvero, reali come allora, i giorni precedenti all’inaugurazione di quel campo. Una festa, un evento da ricordare per sempre. Lui, il campino, con l’erba rasata nel miglior modo possibile. Con le righe in gesso segnate nel modo più diritto, seguendo una linea tracciata con lo sguardo. Mentre venivano segnate sembravano perfettamente lineari. Ma quando, a opera finita, si mise sui lati la gente si rese conto che erano sinuose e assai poco rette.

Ma chissenefrega. Il campino per il piccolo Antonio era bello così, con il suo profumo di verde tagliato, l’acre odore di gesso che gli entrava in gola, con i pali delle porte dipinti di bianco e le reti, che costavano una cifra, pronte per essere gonfiate da un pallone. Era così accattivante che tutti avevano quasi una sorta di rispetto nell’entrare in campo e dare il via ad una partita. Solo per un attimo, perché in fondo era stato costruito proprio per giocarci sopra. Magari sognando che un giorno, nemmeno troppo lontano, qualcuno potesse dire “ti ricordi quando ci giocava Antonio, quello che poi è andato nell’Inter?”. Dentro il cuore tanti Mauro, o Paolo, o Andrea speravano di essere come Antonio, inutile nasconderlo. E sempre con gli occhi chiusi ripensò alle epiche battaglie su quel campino. Al sabato o alla domenica, durante le partite ufficiali “con le maglie”, quando in palio c’era anche una piccola fetta di onore del vincere per la “sua” squadra. Cosa c’entravano il Milan, la Juventus, l’Inter, la Roma…la sua squadra era qualcosa di profondamente radicato al senso di appartenenza ad un quartiere, ad una piazza, alla parrocchia del Santo cui era, naturalmente, dedicata. Il protagonista era lui, Antonio e c’era tanta gente che lo stava guardando: suo nonno, che odiava il calcio però voleva capire cosa c’era di così speciale da trasmettergli tanta passione ed energia. Suo padre, che cercava di nascondere le sue emozioni ma che, una volta a casa, era pronto a consigliarlo o criticarlo in senso buono. O magari quella ragazzina con gli occhi azzurri che una volta, senza ancora riuscire a capirne il perché, gli fece venire un brivido improvviso lungo la schiena mentre le stava parlando. Tutte queste persone erano lì, ai bordi del campo, profondamente rispettose della linea che segnava il dentro-fuori. Tanto chiasso, in campo tra compagni di squadra ed avversari, anche fuori tra i genitori-nonni-amici-parenti delle opposte fazioni. Talmente chiasso che il prete, che pure si era dato da fare per costruire quel campino, spesso interveniva in prima persona impedendo che le partite si giocassero durante l’ora delle Messe. Ma con un po’ di impegno c’era spazio per tutti. Per chi voleva pregare, per chi voleva giocare. Bastava programmare la partita presto, per andare in Chiesa dopo, oppure tra la prima e la seconda funzione, quindi mediamente attorno alle 10. Ci si stava dentro, come tempi. Ci pensava il prete.

Antonio di colpo riaprì gli occhi. Vide questo pezzo di prato non più verde vuoto, lasciato andare. Con ancora qualche filo della vecchia rete spelacchiato che penzolava dalla traversa. Attorno un silenzio tombale. I pali erano rimasti, anche se consunti e logorati: ma non c’erano bambini, nemmeno due per farsi dei tiri in porta. Non c’era nessuno. Forse erano andati nel nuovo centro sportivo della società che aveva investito un sacco di soldi nel settore giovanile. Forse, ma non ne era così sicuro. E allora gli venne la voglia di chiudere di nuovo gli occhi e continuare a sognare in bianco e nero. Ma non era giusto, la vita continuava ad andare avanti, non si poteva vivere solo di ricordi o sogni non realizzati. Così Antonio entrò direttamente nel campino, o in quello che era rimasto. C’erano solo loro due. L’uomo, con la sua testa piena di pensieri, il rettangolo verde con le sue buche, i suoi ciuffi d’erba sparsi qua e là, le sue porte arrugginite. Antonio lo percorse in senso orizzontale e verticale, quasi per avvertire un senso di possesso fisico. Poi si fermò sulla ipotetica riga di metà campo. Guardò le porte, poi a destra, a sinistra, alzò gli occhi verso il cielo. Entrarono in simbiosi quasi spirituale. Quel campo tornò a sentirsi importante per un giorno, Antonio mise da parte per qualche momento i suoi problemi della vita quotidiana. Solo allora capì quanto era stato fondamentale, per la sua vita, quel lembo di terra vicino alla chiesa. E mentre se ne andava verso l’automobile, gli lanciò un ultimo sguardo. Carico di affetto e di gratitudine, come si fa salutando un vecchio amico di infanzia.

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Immagine di Alberto Sogliani

a cura di Alberto Sogliani

Alberto Sogliani è nato e vive a Mantova, dove svolge le professioni di insegnante e giornalista sportivo. Attualmente è collaboratore del quotidiano “La Gazzetta di Mantova”, in precedenza per “La Voce di Mantova”, “Corriere dello Sport-Stadio” e “La Gazzetta dello Sport”. Ha inoltre partecipato a molte esperienze giornalistiche della sua città: in particolare è stato redattore per il periodico “Noi”, con articoli di sport e di costume, e collaboratore per Mantova Tv, dove ha curato per qualche tempo il telegiornale sportivo. Spesso è invitato ancora come opinionista in trasmissioni radiofoniche e televisive, oltre che come moderatore in convegni a carattere sportivo. Nel novembre del 2018 ha ricevuto il premio “Cristian Ghirardi-Un calcio per i giovani”, alla memoria, dedicato a chi promuove lo sport ed i suoi valori.

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