Dalla strada alla squadra
Tutto cominciò così
Alberto Sogliani racconta il suo inizio col calcio, dal pallone in strada alla partita in campo.
Una mattina, credo fosse domenica o comunque era una festa perché ero a casa da scuola, vidi da lontano un codazzo di bambini che seguivano un signore adulto. Lui era davanti a tutti: testa alta, passo svelto e sicuro, faccia sorridente ma anche scafata, di uno che sa il fatto suo.
Non poteva essere un nuovo Messia: non ne aveva l’aspetto e poi alcuni ragazzini che facevano parte di quello strano gruppo li conoscevo, non avevano mai messo piede in Chiesa e neppure lo avrebbero mai fatto. Semmai sembrava più un pifferaio di Hamelin, un flauto magico peraltro senza strumento, che si tirava appresso qualcuno dopo averlo affabulato con qualcosa di speciale.
Niente a che vedere con la pedofilia, per fortuna: del resto con la mia ingenuità di bambino e di quella della nostra generazione sarebbe stato l’ultimo pensiero che ci sarebbe venuto in testa.
Chi era costui, e perché si aggirava con quella schiera di bimbi? Cosa poteva avere fatto breccia nelle loro menti?
Il gruppo vide me ed un paio di miei amici che come al solito stavamo giocando con una palla. Virò con decisione verso di noi ed a mano a mano che si avvicinava mi parve di riconoscere questa specie di santone. Sì, era uno del quartiere che avevo già visto ma non faceva parte della gente che conosceva mio padre. Sapevo chi era, più o meno dove abitava e poco altro.
L’argomento che toccò per noi fu di grande impatto. Il calcio? Certo che ci piaceva, che domanda era…era la nostra passione coltivata non soltanto nel prato davanti a casa mia, ma attraverso le figurine, le partite allo stadio, le radiocronache, la televisione. Era al centro del nostro mondo e del resto quel pallone di cuoio che era davanti ai nostri piedi lo dimostrava. Perché allora quella domanda? Non ci fu tempo di riflettere che uno dei bambini al suo seguito intervenne:
“A lui piace molto il calcio – spiegò rivolgendosi al signore ed indicando me – ed è anche bravo. E proprio lui quello che le dicevo. Ma anche gli altri giocano bene, li conosciamo”.
Fu solo a quel punto che l’adulto prese la parola per chiarire il senso di quel giro di perlustrazione per le strade del borgo:
“Ragazzi – disse con tono forte mescolato all’entusiasmo – abbiamo intenzione di fare una squadra. Qui ci sono tanti ragazzini che fanno calcio nel campetto vicino a casa, nel cortile, in qualche prato improvvisato ma poi tutto finisce lì. Al sabato o alla domenica andate a vedere i vostri amici di altre zone della città che giocano in campionato. Immagino che piacerebbe anche a voi avere la maglia uguale, i pantaloncini, i calzettoni e la gente che fa il tifo. Dunque sto girando per trovare bambini capaci di giocare che abbiano voglia di far parte della nostra squadra. Gli daremo un nome aggressivo, qualcosa tipo leoni, pantere, tigri. Su quello decideremo dopo, l’importante è cominciare, fare gli allenamenti, darci un ruolo. Perché vogliamo vincere: dobbiamo essere forti e lo saremo. Volete venire anche voi? Siamo venuti qui perché mi hanno detto che qui c’erano bambini appassionati di calcio”.
Quelle parole dette tutto d’un fiato ebbero l’effetto di un torrente in piena nelle nostre teste, in particolare nella mia. Quanti tasti aveva toccato quel signore? Le maglie, le partite vere, i campionati, la gente, gli allenamenti. Tutte cose soltanto lette, sognate, che appartenevano al mondo dei grandi, dei calciatori veri. Forse perché eravamo ancora troppo piccoli, o forse perché il correre appresso ad una palla, scartare l’amico di turno e fare gol nella porta improvvisata di due alberi distanziati da qualche metro l’uno dall’altro per il momento ci bastava. Forse credevo che fosse troppo presto per quelle cose che ci aveva elencato. Ma sentire uno, in carne, ossa e motivazioni, che si rivolge a me traducendo in realtà quello che finora era stata soltanto pura immaginazione, ebbe un effetto deflagrante. Il tutto condito dagli appunti fatti dai miei conoscenti che mi avevano dipinto ai suoi occhi quasi come una promessa del calcio.
Appena realizzai tutto non ebbi il minimo dubbio: “Una squadra vera? Sì, mi piacerebbe tanto – esclamai - , dovrò solo chiedere ai miei genitori però penso che siano d’accordo”.
E così quel signore, incassata la mia disponibilità e quella di almeno uno dei miei due amici, girò i tacchi e si mise alla ricerca di altri potenziali talenti. Alla testa del gruppo di ragazzi cantando e facendo il capo coro: “Olio, petrolio e acqua minerale, per batter le Pantere ci vuol la Nazionale!”.
Era fatta, nulla mi avrebbe più fermato.